STORIA DI UN CALCIATORE/LA GIOVINEZZA

STORIA DI UN CALCIATORE/LA GIOVINEZZA

Avevo 14 anni. Giocavo ancora nella squadra del mio quartiere. La domenica tutto il paese veniva a vedermi. A vedere quel ragazzino con la maglia numero 10. Che prendeva palla e “scherzava gli avversari”. Così che ogni tanto partivano gli olé dalla tribuna quando cominciavo con le mie gimkane.

Una domenica vidi mio padre parlare con un uomo. In maniera fitta. Non l’avevo mai visto. Non era del quartiere. Tornato a casa, mio padre mi prese da parte e mi disse che mi voleva il Torino. Che quello era un osservatore. Che mi volevano lì. Al nord. Per giocare con loro.

Inizialmente ne fui entusiasta. Poi pensai alla famiglia. Ai miei amici. Ed ebbi un po’  paura. Ma sapevo che quello era il mio destino. E insieme alla famiglia accettai.
Mi accompagnarono a Torino e mi lasciarono lì. Tra le lacrime di mia madre.

Nei primi allenamenti feci come facevo al solito. Prendevo palla e partivo. Ma inevitabilmente venivo fermato. Da gente alta il doppio di me e forte quanto me. E il Mister si inalberava. Rimproverandomi il fatto che giocassi da solo.

E nelle prime partite mi schierava in panchina. Non era più il mio quartiere. Non ero più il piccolo Maradona. Ma uno come gli altri. E mi mancavano tanto quei giorni in cui tutti mi ammiravano. E mi mancava tanto la mia famiglia.

Avevo voglia di mollare tutto. Volevo tornare indietro. E dopo tante partite passate in panchina, il Mister mi parlò e mi disse che voleva cambiarmi di ruolo. Voleva farmi fare il terzino. Perché veloce e con un ottimo cross. Io che avevo sempre avuto la 10.

Aveva ragione. Da allora cominciai a giocare sempre. E a giocare bene. Di squadra.  E non avrei mai abbandonato i miei compagni per tornarmene indietro.

Perché quella era la mia nuova casa.

Sono Gianni Bartozzi e a 16 anni ero titolare nella Berretti del Torino.