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MEMORIAL INTERESSE

MEMORIAL INTERESSE

Cinque anni fa lasciai l’azienda. Dopo 13 anni. Un tempo infinito. Entrato ragazzo la lasciavo da uomo maturo (almeno così amo credere).

Lasciavo gli amici. La mia seconda famiglia. Un tratto di vita fatto insieme.

Dicevo addio alle piccole cose. Alle abitudini rituali.

I caffè alla macchinetta. Gli sfottò calcistici. I pettegolezzi da basso di paese. Le battute a doppio senso (a doppio gusto per chi mastica il dialetto).

Per onorare la dipartita del prof (questo era il mio soprannome) gli amici organizzarono una partita. Un evento fantozziano per commemorare la fuoriuscita. Lo intitolarono Memorial Interesse come il mio cognome. Più che una festa un funerale a futura memoria (non ho mancato di ravanare le parti giuste in senso scaramantico).

Ci presentammo tutti al campo. In ordine sparso. Ognuno con una maglia diversa. Come si conviene alle partite tra colleghi.  Chi con maglia originale, chi con anonima maglietta bianca, chi con maglia comprata dalla mamma dal mercato rionale.

E poi la partita. Sprazzi di calcio da chi una volta sapeva toccare la palla anche se il fisico non accompagnava più l’idea. Sgroppate sulla fascia che si risolvevano in un cross sbilenco. Tiri da fuori che vorresti andassero all’incrocio e che finiscono sul deretano del collega.

E io che giocavo con gli occhiali e avevo paura delle pallonate. E che dopo un po’ arrancavo e sceglievo la via della porta. Girandomi di culo al tiro dell’avversario.

Alla fine della partita mi venne consegnata una coppa. Con il mio nome. Un epitaffio su una tomba pareva. Adesso la coppa campeggia a casa mia in bella mostra su un armadio e ogni volta che la vedo mi tocco le parti basse.

A fine partita la sacra birra. Quella ghiacciata che altrimenti non ha senso. E tutti a brindare al collega che se ne andava. Dopo 13 anni e tanta vita passata.

È stata la mia ultima partita di calcetto. Dopo questa fugace e tragicomica esibizione ho appeso le scarpette al chiodo. Le ginocchia e il fiato mi hanno convinto al ritiro definitivo.

È coincisa col mio ultimo giorno di lavoro. Come se il calcio e la vita si rincorressero nella mia esistenza.

E mentre mi dirigevo alla macchina a pensare alla mia nuova vita, salutavo per sempre quell’aria frizzante, quel clima amichevole, quel luogo che potevo definire la mia casa.

Mi chiamo Antonio Interesse e adesso faccio davvero il professore.

P.S. questo racconto è dedicato a tutti i miei colleghi/e che a lungo sono stati la mia seconda famiglia. Non c’è cosa più preziosa dell’amicizia.