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STADIO “ARTEMIO FRANCHI” DI FIRENZE


Quando attraversi quei vicoli, quelle piazze, senti la storia parlare. Ascolti lo sciabordare dei pennelli o il tonfo sordo degli scalpelli. E una vertigine ti prende a pensare al miracolo dell’arte che si compie. Tutto in una città. In pochi anni. Come baciata da un improvviso fulgore. Come se lo spirito avesse deciso di palesarsi. Lì. Al centro dell’Italia.

E percorri quelle strade cercando di respirarla quell’aria. Di farti ammaliare da quella creatività. Dal genio che si manifesta. Cercando di portare la razionalità anche nella struttura della città. Con il suo impianto ortogonale. In modo da far dominare l’uomo e la sua ragione sullo sviluppo selvaggio.

E in questa atmosfera nasce lo stadio della città. Con quella razionalità dalle linee essenziali. L’orizzontalità degli spalti che si contrappone alla verticalità della Torre di Maratona. Con il cemento che lo definisce ed elementi innovativi come la pensilina senza sostegni o le scale a spirale. Ad alimentare una visione che dialoga con la storia. Tanto da diventare monumento tutelato.

In origine stadio “Berta”. A rammemorare un giovane fascista ucciso. Figlio dei suoi tempi come la forma a D in favore della propaganda di regime. Poi anche luogo del rastrellamento e dell’uccisione di 5 giovani renitenti alla leva durante la Repubblica Sociale.

Nel Dopoguerra prende il nome ben più sobrio di Stadio Comunale.

Da sempre impianto polisportivo. Atletica, boxe, ciclismo. Fino al 1990 quando viene ristrutturato per i Mondiali ed eliminata la corsia d’atletica. Prendendo finalmente il nome di “Artemio Franchi”.

Da sempre casa della “Viola”. Dove la città e la squadra si fondono. E diventano una cosa sola. A rappresentare quel popolo ardente e diretto. Che orgoglioso urla e sbraita dalle curve storiche. Con un repertorio di battute e improperi che fa colore e tifo popolare. Tanto da sentirti al centro di una commedia dell’arte.

E di qui sono passati campioni. Identificandosi così tanto con la città da acquisire a accento e umore. La leggerezza di Hamrin. L’eleganza di Antognoni. La potenza di Batistuta. Idoli entrati a far parte della magnificente storia della città alla pari dei suoi monumenti e delle sue chiese.

Anche nei momenti più bui questi spalti rappresentavano la parte passionale della città. Anche in Serie C. Anche quando la Fiorentina aveva perso il suo nome.

Perchè tra la “Viola” e la sua fiera gente c’è un amore che prescinde da risultati e classifiche.

In attesa che un giorno questo stadio veda nuovamente compiersi il miracolo dello scudetto.