NAKATA E MIURA. GIAPPONESI IN SERIE A

NAKATA E MIURA. GIAPPONESI IN SERIE A

Il calcio in Giappone è una passione recente. Stretto tra le arti marziali e il baseball, non ha mai fatto parte della cultura popolare. Fino almeno agli anni 90. Quando il popolo nipponico, attratto dal clamore mediatico che c’è attorno al pallone, scopre il nostro sport.

Le finali di Coppa Intercontinentale a Tokyo e la prima lega professionistica aprono un mercato enorme. Tra contratti miliardari e sponsorizzazioni prestigiose.

E così molti sudamericani e molti europei sbarcano nel “paese del sol levante”. Ma c’è anche chi fa il percorso inverso. Chi viene a giocare nel calcio che conta. Nei luoghi dove il calcio è fede e passione.

Di primo acchito pare a tutti un’operazione pubblicitaria. Con giocatori accompagnati da stuoli di appassionati che affollano gli stadi nostrani. Portando yen e merchandising. Ma poi si scopre la bontà di alcuni movimenti.

Il primo a sbarcare nel “bel paese” è Kazuyoshi Miura. Come Il Capitan Tsubasa dei cartoni animati, sogna di andare in Brasile a giocare. E lì si trasferisce dall’età di quindici anni per imparare dai maestri della tecnica. Nel 1994 approda al Genoa. Non una folgorante stagione. Fa la spola tra panchina e campo. Fa un solo gol. Uno solo, ma nel “derby della lanterna”. Consacrandosi nella memoria dei genovesi.

Poi c’è Hidetoshi Nakata. Una presenza folgorante nel nostro campionato. Acquistato dal Perugia di Gaucci che fiuta l’affare. Tra l’abilità tecnica del calciatore e la sua mediaticità. Poi trasferitosi alla corte di Sensi, tra Totti e Batistuta. E nello stupore generale sarà l’eroe dell’ultimo scudetto romanista. Nella partita decisiva contro la Juventus. Una partita quasi persa, raddrizzata da un suo tiro dalla distanza e dalla partecipazione al gol del definitivo pareggio.

Due destini molto diversi tra Miura e Nakata. Il primo rifugiatosi in patria dopo l’esperienza poco brillante al Genoa, continua alla veneranda età di 55 anni a giocare. Diventando il nonno della J League. Una sorta di nume tutelare del calcio nipponico.

Nakata invece ha scelto la vita. A 29 anni ha deciso di cambiare. Ha raccolto le sue cose e zaino in spalla ha cominciato a girare il mondo. E poi nella sua terra natia. Per conoscerla fino in fondo. Quando ancora era nel pieno della maturità ha scelto la conoscenza al pallone. Stufo di un mondo artificioso che non lo rappresentava.

Si sono succeduti altri giocatori giapponesi sui nostri campi nel corso degli anni. Non più oggetti di folklore, ma atleti maturi che ci ricordano che il calcio, ormai, non ha confini né barriere.

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