Vai al contenuto

LUCIANO GAUCCI

LUCIANO GAUCCI

Se mi va mi prendo dei giocatori da qualche nazione sconosciuta e li faccio giocare.

E se mi va mando a fanculo tutti. Arbitri, presidenti e allenatori.

E se mi va, mando tutta la squadra in ritiro per un mese. Finché non la vincono una partita.

Tanto la squadra è mia e ci faccio quello che mi pare.

Luciano Gaucci era così. Presidente eccentrico, bulimico, imprevedibile. Sempre alla ricerca del colpo di teatro da mostrare nei processi televisivi. A comportarsi come la squadra fosse solo sua. Senza una dirigenza, senza allenatore, senza una città che venisse rappresentata. Solo lui e le sue bizze.

A dirigere come non ci fossero regole. Come il calcio fosse cosa sua. Corrompendo arbitri e portando a fallimento società. Lui che di società ne ha avuta più di una. Perché in questo mondo fatto di grandi scene madri e di situazioni al limite della legalità, lui ci sguazzava.

A scommettere spesso su giocatori sconosciuti. A cercare plusvalenze fortunose. Come una giocata al casinò. Come un tiro di dadi.

E aveva anche capito bene le leggi della comunicazione. E quel boato che si solleva nel circuito mediatico ogni volta che ti inventi un colpo deflagrante. E allora vai con l’ingaggio del figlio di Gheddafi, vai con il taglio di Ahn dopo Italia-Corea, vai con il tentativo di far giocare una calciatrice. Scene da teatrante in un mondo che ha sempre bisogno di qualcuno che alzi un po’ la voce.

E, pur nel suo debordare, costruiva un Perugia che da anni non si vedeva così. Perché la squadra imitava la stravaganza del suo padrone. A veleggiare nella metà classifica o anche di più. Perché questo scommettitore i colpi li azzeccava. Perché l’audacia non gli è mai mancata. Né tanto meno l’energia per combattere. E sapeva circondarsi di gente capace. Insomma, sapeva stare al mondo.

Protagonista di un calcio familistico. Dove le famiglie erano ancora proprietarie. E conducevano le squadre come le piccole aziende di provincia. Col “ghe pensi mi”. Senza inutili consigli di amministrazione. Senza inutili regole ad ostacolare il cammino.

Il suo Perugia è fallito. E insieme a lui è fallito quel calcio dei padroni intemperanti. Soppiantato da grandi aziende che producono fatturato. Che guardano alle squadre come aziende strutturate. E non più come la più preziosa delle proprie fortune. Calcio Graffiti