Vai al contenuto

L’INVADENZA DELLE SECONDE VOCI

  • di
L’INVADENZA DELLE SECONDE VOCI

Una volta il commento della partita era fatto soltanto dal telecronista. Solo in cabina. Il quale commentava in modo molto didascalico. Facendo un cappello iniziale sul contesto. Elencando statistiche generali. Citando chi era in possesso di palla. Marcando col tono di voce le azioni più salienti. In tono talvolta freddo. Una cosa non mancava mai: la chiarezza.

Poi cominciarono a comparire i bordocampisti. Che cercavano di restituire allo spettatore il calore del campo. Di farci vivere la partita con particolari che sfuggivano alle tribune. Di dare concretezza al racconto.

Poi infine arrivò il commento tecnico. Le cosiddette seconde voci. Novità interessante in principio. Cioè far spiegare il calcio da chi il calcio lo ha giocato o insegnato. Da chi può capire la tecnica, la tattica. E inoltre da chi possa farci rivivere le emozioni provate sul campo. Per farci capire cosa voglia dire calpestare il prato verde. Sentire l’emozione del pubblico che urla, incita. O che ti bestemmia, ti insulta, ti minaccia.

Le emozioni da chi le ha vissute sulla propria pelle.

In principio era un commento discreto. In un italiano semplice. Facilmente comprensibile. Attento a non travalicare i limiti delle proprie competenze. I Bulgarelli, i Mazzola e poi dopo i Di Gennaro e i Bergomi.

In particolar modo negli ultimi due anni, il frazionamento dei diritti televisivi ha portato una nidiata di ex calciatori al commento. Che caricano di giudizi e opinioni la telecronaca. Commentando ogni singola azione. Anche il singolo stop. Il singolo controllo di palla. Un semplice cross dal fondo. Cercando di spiegare anche ciò che è ovvio per un popolo di calciofili.

Utilizzando un frasario tecnico con neologismi discutibili. Incomprensibile talvolta. O comunque non potabile per tutti. Manco fosse un testo di filosofia teoretica. Strano per chi dovrebbe star lì per rendere più leggibile la partita.

Un profluvio di parole che confina con la saccenza. Dove i termini “quinti”, “densità”, “pressione”, “costruzione da dietro” ricordano più un trattato di fisica che una partita di pallone.

L’abilità di un commentatore sta nel saper spiegare a tutti quello che accade. Usando un linguaggio corretto e piacevole. La deriva delle telecronache degli ultimi anni dimentica queste regole fondamentali.

Perché la partita la vede l’ottantenne con la licenza elementare, così come il professore con tre lauree. Perché il calcio è un bene di tutti ed è un linguaggio universale. Che unisce ceti e popoli differenti. Trasformarlo in una scienza esatta ne sottrae fascino e mistero.

Così, talvolta, confuso e frastornato metto il muto dal telecomando e guardo la partita senza audio. E mi rilasso.