LA MIA ITALIA ’90

LA MIA ITALIA '90

Nell’estate del ‘90 avevo 15 anni. La scuola era appena finita e l’estate faceva capolino. Si preparava una lunga stagione fatta di eterne partite a pallone. C’era solo da rifare il nostro campetto e preparare i tornei tra le vie del quartiere. Ma quella era soprattutto l’estate dei mondiali. Lo giocavano proprio qui. A casa nostra.

E allora il giorno della partita della nazionale la preparazione. Allestivamo il garage di un amico. Piazzavamo la tv tra il vespino e le enciclopedie in disuso del padre. Su un vecchio comodino della nonna. E poi il pomeriggio tappezzavamo il locale di bandiere tricolore. E una la mettevamo all’entrata. Nel frattempo si andava a comprare la trombetta bitonale e le bombette.

Ovviamente qualcuno era deputato al beveraggio. Andava a comprare la cassa della birra Peroni. E piazzavamo le bottiglie nella borsa frigo che mia madre usava per il mare.

Alle 20 ci trovavamo tutti al locale. Ognuno portava la sua sedia. Quelle di legno apri e chiudi. Eravamo tantissimi. Tutti i ragazzi e le ragazze della via. Così tanti che molte sedie venivano piazzate fuori dalla serranda. Da lì l’audio della tv non si sentiva. Ma potevi ascoltare l’eco delle televisioni della via. In stereofonia. Ché la voce di Pizzul aleggiava per le strade.

Alla sesta birra si cominciava a biascicare e ad avere un’immagine sfuocata della partita. Ché la testa cominciava a flettersi raggiungendo le ginocchia. Finché Schillaci non segnava e ti riprendevi improvvisamente. Perché tutto il mondo attorno a te era in piedi a festeggiare. E quasi inconsapevole partecipavi all’esultanza. Prendendo subito la tromba e le bombette a fomentare i festeggiamenti.

Finché l’arbitro non fischiava la fine e ci si abbracciava. Soprattutto con la ragazza del civico 13 che è stata l’ossessione della mia adolescenza.

Dopo di ché si partiva per le vie del centro. Io prendevo una delle bandiere che erano servite alla coreografia e la indossavo a mo’ di mantello. Lì incontravo mio zio che aveva un Fiorino aperto e montavo su.

E andavamo a fare i caroselli con un bandierone che garriva quando lo zio accelerava. E poi nel traffico fermo e impazzito, saltavamo in modo da sollecitare gli ammortizzatori. E quasi venivamo sbalzati fuori. Ma eravamo così ubriachi e infervorati che tutto sembrava leggero.

L’estate del ’90 fu un’estate indimenticabile. Calcio Graffiti