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HIGHBURY

HIGHBURY

Se fate un giro dalle parti di Islington, a Londra, provate a prestare orecchio ai suoni e alle grida che vengono da uno stadio che non esiste più. Ne sopravvive il suo scheletro.

Il vecchio Highbury è ancora lì, con la sua facciata “art dèco”, le sue biglietterie e il tunnel.

Ma al posto delle tribune troverete abitazioni. Costosissime abitazioni.

 C’è ancora il campo preservato dagli affari dell’edilizia. Trasformato in tanti giardinetti su cui si affacciano le vetrate delle case. Una sorta di riverenza al mito.

E se ti poni al centro, sembra di vederli quei quattro blocchi. Con il pubblico che pareva fosse in campo tanto era vicino al manto erboso. A gustarsi la partita come fosse nel salotto buono.

Traboccava di gente il vecchio Highbury. Con quella concezione architettonica che ne faceva emblema del vecchio calcio inglese. Quello delle classi subalterne. Che guardavano a quello sport come qualcosa che li celebrasse.

E sembra che riecheggino i nomi e i volti di chi lo ha calcato.

Come di Chapman e del suo WM che rivoluzionò il calcio negli anni 30.

O di quei leoni di Highbury che nel 1934 sfidarono i maestri del gioco. In quella Italia Inghilterra dove la cronaca svanisce dietro l’epica.

O più recentemente con Thierry Henry, Adams o Bergkamp.

E pare di sentire il boato di quel pubblico che spaventava o rinvigoriva. Come un’onda che trascinava. Come un cuore che dettava il ritmo della partita.

Adesso l’Arsenal gioca all’Emirates Stadium. Comodo, grande, funzionale.

Ma il cuore popolare dei tifosi dei Gunners rimarrà sempre qui. Nel vecchio Highbury.