GIANNI MURA

GIANNI MURA

Sulle strade del Tour, Gianni Mura raccontava il ciclismo. I campioni così come i gregari. Il velocista così come lo scalatore. Narrava storie di uomini. Perché lo sport era un modo di rappresentare la vita. Nelle sue manifestazioni estreme. La fatica, il talento, la furbizia, il sacrificio.

E nei suoi articoli cominciava a divagare. A deviare verso la gastronomia francese, i meravigliosi vini, i paesaggi sempre così vicini alla storia dell’uomo. Come se il racconto seguisse un flusso di coscienza. Come se lo sport fosse il pretesto per descrivere la sua vita da esteta.

Dando voti agli uomini e agli eventi. Non con la spocchia del professore. Ma con la curiosità del girovago. Che cerca di fare un’ironica classifica delle cose della vita. Perché dal calcio sconfinava improvvisamente nell’arte. Nella poesia, nelle canzoni, nella letteratura. Come se tutto fosse legato da un filo rosso. Da quel legame sottile chiamato esistenza. Come nella sua imperdibile rubrica “Sette giorni di cattivi pensieri”. Su Repubblica. Il suo giornale.

Penna dalla prosa essenziale. Quasi serafica. Senza l’estrosità di un Brera. Ma con il dono celeste della semplicità. Facendo dei suoi articoli pezzi di giornalismo ludico e letterario. Con quell’ironia garbata e sottile che condivideva con l’amico Beppe Viola.

Lui, figlio della Milano del boom. Cresciuto in quella straordinaria miniera intellettuale che guardava alla vita con un sorriso distaccato. Creando un umorismo che dialogava a pien diritto con quello inglese.

Era amante di un mondo che andava scomparendo Gianni Mura. Lui che si ostinava a scrivere con la sua Olivetti. Rifiutando la tirannia della tecnologia. Usando ancora il telefono fisso della redazione. Vezzi da intellettuale che non amava l’omologazione. Che guardava con sospetto alle frasi fatte e alle mode imperanti. Che preferiva la genuinità del gregario alle bizze dei giocatori miliardari.

Lui, che cercava l’umanità dietro i volti patinati. Che cercava la vita dietro la facciata.