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GERMANIA-ITALIA 0-2 D.T.S. SEMIFINALE MONDIALE 2006

GERMANIA-ITALIA 0-2 D.T.S. SEMIFINALE MONDIALE 2006

In casa degli altri. Di fronte ad un muro che canta Deutschland. E che si stringe attorno alla squadra per un mai domo senso d’identità. La nazione come un sentimento. Come un’identità che non si spegne mai.

Di fronte a questo le gambe potrebbero infiacchirsi. Cedere come foglie in autunno.  E lasciarsi andare alla rassegnazione. Accettare la sconfitta come un evento dell’inevitabile corso della natura.

E invece no. Questo ti rende più forte. Ti fa riconoscere nel compagno. Che ti dà forza. Che ci sarà quando sarai in difficoltà. E così tutto quello che c’è attorno non ti spaventa più.

Anzi diventa per te uno sprone. L’idea che sei tu contro di loro. E nonostante non si è famosi per il sentimento patrio, questo risorge improvviso. Recuperato da un orgoglio che pensavi sepolto.

Dà l’idea di compattezza l’Italia a Dortmund. Con quella difesa che sembra un cinta pronta a salire e ripartire. Coperta  da un centrocampo che è classe (Pirlo) e determinazione (Gattuso).

E quando non interviene la rocca difensiva, arriva chi calamita il pallone (Buffon) con l’autorità della sua presenza. Che non varcherà mai la linea di porta perché quello è il suo territorio.

Ma dall’altra parte c’è chi della compattezza e della determinazione ha fatto vessillo. Che anche se non ha più i campioni di una volta conserva questo spirito indomito.

E quel non mollare finché l’arbitro non fischia tre volte. E allora la partita si fa dura, combattuta. Percorsa da un equilibrio instabile. Rotto dall’eroe di quel mondiale.

Fabio Grosso, un terzino. Non l’uomo dai cento gol. O il fantasista dalla giocata imprevedibile. Un onesto lavoratore della fascia con un passato in squadre di provincia.

Come un passante che non sa perché si trovi lì, raccoglie un passaggio no look di Pirlo e con tiro a girare di sinistro la insacca. E dopo, incredulo, corre agitando la testa. Dicendo no. Non è possibile che stia succedendo.

E invece lo stadio si ammutolisce e il muro non fa più paura. E le gambe correrebbero ancora per ore. Ché tanta è la voglia di sfogare quell’ebbrezza. E quasi non ti accorgi della firma finale di Del Piero perché avevi ancora gli occhi lucidi.

Risuscitando una fierezza che si pensava ormai perduta nell’autocommiserazione. Calciograffiti