EUGENIO BERSELLINI. IL SERGENTE DI FERRO

EUGENIO BERSELLINI. IL SERGENTE DI FERRO

Bisogna essere duri se si vuole educare qualcuno. Con regole ferree. Ed insegnando il valore della fatica. Perché solo così un uomo diventa tale. Solo così si fortifica una squadra. Solo la rigidità dell’inverno farà crescere i frutti l’estate.

Eugenio Bersellini era un sergente di ferro. In ritiro ad imporre allenamenti da marines. Tra le ripetute nel fango, massacranti sedute atletiche e ritiri spartani. Perché bisogna temprare prima il fisico e poi aggiungerci il pallone.

Perché il calcio è uno sport semplice. Fatto di corsa e grinta. Dove tutti devono avere la caparbietà del mediano. E correre finché i polmoni non collassano e il cuore smette di ticchettare.

Niente smancerie. Nessuna carezza. Ma ordini ben eseguiti. Ché il calcio è una dittatura illuminata. E solo chi guida conosce il bene dei propri ragazzi. Che lo ringrazieranno quando sentiranno che le gambe girano fluide e la testa pensa veloce.

E inoltre in campo il cinismo della semplicità. Senza i sofismi del nuovo calcio. Ma tanta intensità perché i giocatori sono prima di tutto atleti. Come l’Inter dell’80. Fatta di ragazzini del vivaio e molti lombardi. Cementando lo spogliatoio che si riconosceva nell’origine comune. E uno scudetto diverso da quelli dei fasti della Milano del boom.

Era uomo di campagna Bersellini. E della campagna ha portato l’umiltà. Insieme alla rigide regole di vita. Una vita vissuta senza orpelli. Badando alla concretezza. Come la tuta che indossava in panchina. Perché la domenica si andava a giocare a pallone e non ad una serata di gala.

Come quei maestri che insegnavano a forza di bacchettate sulle mani,  il “sergente di ferro” è stato profeta di un calcio maschio. Come la sua carriera. Fatta di coerenza e amore per il lavoro.


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