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DIEGO ARMANDO MARADONA

DIEGO ARMANDO MARADONA

Il pallone incollato ai piedi. Alla testa. Come fosse una protuberanza del suo corpo. Come fosse una proiezione del suo io. Tanto che la palla diventava schiava del suo pensiero. Con la conoscenza assoluta del gioco.

Come se la partita si giocasse nel suo cervello. Con i movimenti e le traiettorie. E lui non facesse altro che realizzare quella visione.

Perché nel campo fluiva la vita. I desideri, la passione, la tristezza. La sconfitta e la vittoria. E quella voglia assoluta di godere di tutto. E farsi risucchiare da quella voglia di vivere. Da quella esuberanza che debordava incontenibile. Nelle giocate, nel descrivere traiettorie, nello spronare gli altri.

Voglia di mangiarla questa vita. Senza freni. Senza pregiudizi e moralismi. Sul campo così come nella esistenza. Cadendo, rialzandosi. Ma sempre portando sulle sue spalle il fardello. E non rinunciando a nulla.

Con il desiderio di sentire la pienezza del vivere. Di non lasciar spazio al vuoto. Che inquieta. Spaventa.

È stato tanto amato Maradona. Perché in lui abbiamo visto le nostre debolezze. Le nostre cadute. Ma anche la voglia di ricominciare. Sempre. Senza fine.

Come gli antichi guardavano ai loro dei. Come una celebrazione dell’uomo. Con i suoi difetti e le sue passioni.

Dunque era un dio Maradona. Perché il più fragile degli uomini.