Vai al contenuto

CONCETTO LO BELLO

CONCETTO LO BELLO

Qui vige la mia legge. Qui comando io. E non sopporterò alcun oltraggio. Alcuna lamentela. Perché questa è la mia partita. E quando ci sono io, le regole si rispettano.

Concetto Lo Bello era arbitro autoritario. Severo come chi pretende che le leggi vengano osservate. Con l’autorità di chi per costituzione e indole incute timore. E il rispetto che si deve ad una figura terza.

Trattando i giocatori come alunni da catechizzare. A cui insegnare non solo a stare in campo ma a stare al mondo. Perfino strattonandoli e rimproverandoli a muso duro. Con quella figura quasi ieratica da siciliano nel mondo. Con baffetto e capelli corvino. E quella classica giacchetta col bavero bianco a segnare un’identità.

Rispettato non solo per il fare dittatoriale ma anche per competenza e preparazione. Tra i primi arbitri a seguire da vicino l’azione con eleganza regale. Con quella ampia falcata come fosse anche lui impegnato nell’atto di calciare.

Protagonista in campo quanto i giocatori. Tanto che lo stadio era sempre in attesa di una scena madre. Di un suo teatrale atteggiamento. Di un alterco con qualcuno. In cui lui si mostrava impettito e fiero. E più era famoso il calciatore e più la sfida prendeva sapore. Come in quei duelli epocali con Gianni Rivera.

Autoritario sì ma non tanto da non ammettere i propri errori. Il primo in questo. Ad ammettere lo sbaglio di valutazione commesso in una partita. In tv.

Mostrando la limpidezza di chi non ha timore del giudizio altrui. E l’umiltà dei più forti. Calcio Graffiti