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CARLOS DUNGA

CARLOS DUNGA

Può mai un brasiliano piazzarsi davanti alla difesa e andare a ripulire palloni? Lì a far da barriera perché nulla passi, perché la difesa non venga violata. A far da diga contro le ondate degli avversari.

Il brasiliano è palleggiatore, tocca la palla, cerca la giocata. Il brasiliano inventa gioco non lo distrugge.

Carlos Dunga no. Lui sogna la pragmatica Europa.

Quasi fosse nato nella provincia italiana dove ti insegnano che la “devi spazzare”. Dove il risultato ti spinge a serrare i ranghi per non far passare il pallone.

E allora Dunga prende le chiavi del centrocampo e interpreta il ruolo dell’interditore col tempismo e la grinta di chi ha una visione prospettica del calcio. Di chi un giorno siederà sulla panchina a comandare la squadra, urlando, perché sa bene come ci si deve posizionare in campo.

Ché in campo lui era già il grande manovratore. Lì ad ostruire ma anche a prendersi la responsabilità della giocata con un lancio che squadrava il campo. Lì a impartire ordini ai compagni ché era di esempio per grinta e dedizione. La grinta di chi trascina in battaglia i compagni. Ché quella fascia sul braccio diventa una medaglia al valore

È sbarcato da giovane in Italia Dunga e qui ha irrobustito la sua sapienza tattica e quel senso della posizione innato. E questa sapienza l’ha portata in nazionale, dove ha alzato la Coppa del Mondo nel 1994 da capitano. E poi come allenatore.

Ma sarà sempre contestato nella sua terra perché lì dove il pallone è samba, è difficile spiegare che l’ordine tattico è più importante di un colpo di tacco.

Lui, un mediano europeo tra un popolo di palleggiatori. Calcio Graffiti

Record: 91 presenze col Brasile 6 gol