BYRON MORENO

BYRON MORENO

Sguardo torvo. Perso nel nulla. Con quegli occhi allampanati di quando il pomeriggio ti risvegli da un sonno pesante.  E comportamento teatrale nella sua inespressività. Quasi volesse assurgere improvvisamente al ruolo di protagonista nel mondiale. Salendo sul palcoscenico.

Byron Moreno fu il protagonista di un’estate. Quella del 2002. Quella della Corea. Con una partita che diventa un manifesto della frustrazione. Con quel palese senso d’ingiustizia che ti prende quando vedi che i tuoi sforzi si scontrano contro una volontà più forte. Che ha giacchetta nera e viene dall’Ecuador.

Che commina cartellini come fossero mannaie. Con quell’espressione da “qui comando io”. E mentre attorno a lui si formano capannelli urlanti, lui mantiene calma olimpica. Impassibile. Come se il mondo esterno non esistesse. Ma quel vociare confuso fosse solo rumore di fondo.

Sguardo fiero mostra la sua sicumera annullando gol, concedendo rigori e affibbiando espulsioni. Diventando il fattore determinate di un ottavo di finale. Lui col suo corpo rotondetto, più vicino ad un usciere del Comune che ad uno sportivo.

Diventerà una sorta di luogo comune da citare per parlare di corruzione. Affollerà le barzellette di un’estate. E poi comparirà in ospitate televisive tra insulti e uova lanciate. La sua parabola troverà il punto di caduta quando a New York verrà beccato con 6 kg di eroina, venendo condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere.

Byron Moreno ovvero quanto amammo la Fifa nei Mondiali del 2002.