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AGOSTINO DI BARTOLOMEI

AGOSTINO DI BARTOLOMEI

Ci sono capitani silenziosi. Quelli che guidano la squadra con la forza dello sguardo. Con occhi che sostituiscono le parole. Con la potenza della loro espressione. E che hanno l’autorevolezza della compostezza. Quella riservatezza che diventa moderazione. Che scava nell’animo di chi è intorno. Lentamente. Fino a conquistarne il rispetto. E finanche l’obbedienza.

Agostino Di Bartolomei era così. A condurre una squadra senza mai alzare la voce. Senza presenziare. Senza ostentare la presenza. Ma taciturno affermava il suo ruolo. Con l’eleganza del suo portamento. E il valore dell’esempio.

Timido per indole. Quasi infastidito dai bagliori della cronaca. E in contrapposizione a questo la potenza. Quella violenza che esplodeva improvvisa in un tiro. Quasi a sfogare una rabbia che aveva accumulato. Goccia per goccia. Fino a traboccare.

Per poi tornare a dirigere il centrocampo con la calma del palleggiatore. Che sa come trattare il pallone. E poi d’improvviso, come colto da folgorazione, il lancio. A sopperire alla lentezza con la velocità del pensiero. E quel senso della posizione che lo portò poi al centro della difesa.

Aveva un’espressione sempre accigliata Di Bartolomei.  A rappresentare la sua concentrazione. La sua piena dedizione al gioco. O forse quell’espressione nascondeva un mondo. Un’inquietudine esplosa in un gesto estremo dopo il ritiro. Quando, ormai lontano dalle urla e dai canti dello stadio, il capitano di mille battaglie decise di togliersi la vita. Denunciando un mondo che lo aveva dimenticato.

Lui che sul campo aveva dominato con la forza del silenzio.

Record: 350 presenze in Serie A 63 gol